Il seme della follia (John Carpenter, 1995)

di Fausto Vernazzani.

La lezione migliore sugli adattamenti cinematografici la può dare solo chi ha compreso che il racconto deve esser fatto proprio. Lo hanno capito David Cronenberg e Alfred Hitchcock, per citare alcuni dei più noti, ma anche il genio John Carpenter con uno dei suoi più grandi cult: Il seme della follia. Tratto da nessun libro in particolare, ma ispirato alle novelle di H.P. Lovecraft, In the Mouth of Madness inizia come uno dei racconti più famosi dello scrittore di Providence, La dichiarazione di Randolph Carter, con una piccola differenza: John Trent non sta testimoniando sulla scomparsa del suo amico, ma è stato da poco internato in un istituto psichiatrico.

Il mestiere di John Trent è privo di fantasia ma necessita gran dosi di furbizia. Il suo scopo è smascherare i bugiardi tra quelle persone che dichiarano di aver diritto ai soldi dell’assicurazione in seguito a una grave perdita. E il volto arguto, lo sguardo vivo di Sam Neill doveva essere scelto per questo personaggio straordinario. Dopo aver subito un assalto da un uomo armato di ascia, scopre Sutter Kane (Jürgen Prochnow), uno scrittore di libri dell’orrore che vende più di Stephen King – secondo scrittore ispiratore de Il seme della follia -, svanito nel nulla da due mesi, ma le cui opere stanno dando vita a un vero e proprio culto. Parte così un viaggio per scoprire la verità sulla scomparsa, voluta dalla casa editrice e Trent stesso, convinto dell’assurdità di tutto ciò.

La figura dello scrittore come l’ha spesso intesa King, ha un’aura divina, i suoi personaggi possono talvolta prendere vita o diventare delle vere e proprie divinità: Sutter Kane corrisponde a queste caratteristiche. Guidato dal potere di creature degli abissi, antiche quanto l’universo stesso, si prepara a dare al mondo una nuova non-forma. Come ne La Cosa e nell’altro compagno della cosiddetta trilogia dell’apocalisse, Il signore del male, anche ne Il seme della follia Carpenter dà importanza all’amorfo  alla futilità del corpo di fronte al male più assoluto. Uno spirito che vive nelle pagine di Lovecraft, un dolore elegante che deriva dai versi di Poe, e soprattutto una spettacolarità pop di natura kinghiana.

Ed è nella follia che Carpenter ci porta, ci costringe ad affezionarci allo scetticismo di Trent tanto da far impazzire anche lo spettatore insieme con lui, il più sano degli uomini in un mondo affacciato sul cornicione d’un palazzo antico pieno di segreti. Al terzo capitolo di questa trilogia tematica capiamo come l’umanità sia destinata a finire, in un modo o nell’altro gli antichi, gli alieni o le nostre stesse credenze ci colpiranno e smembreranno dall’interno col nostro consenso, un terrore il cui più grande esempio è contenuto in una singola angosciante scena: Sam Neill immerso nel colore preferito di Sutter Kane. Scena che vista nell’insieme dell’intera pellicola fa rabbrividire quel pubblico più sensibile al tema.

Al tempo della sua uscita, nel 1995, non fu affatto un successo commerciale, ma come ogni opera di John Carpenter, racchiude in sé un’ombra di genialità che pervade ogni fotogramma, illuminato con una personalità in pieno stile anni Novanta da Gary B. Kibbe. Lo status di cult non gli rende giustizia in verità, Il seme della follia ha in sé una delle migliori interpretazioni di sempre di Sam Neill, attore all’epoca alla ribalta grazie a Jurassic Park, Lezioni di pianoIl libro della giungla, e una delle più belle visioni cinematografiche degli spaventosi testi di Howard Philip Lovecraft.

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