Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty: la recensione di Fausto Vernazzani.

Le aspettative sono una brutta bestia, ma le esagerazioni possono essere anche peggio: Zero Dark Thirty miglior film dell’anno secondo gran parte della critica statunitense. D’accordo, Kathryn Bigelow si è rivelata al mondo come una potenza incontrollabile con The Hurt Locker, ma come possa davvero essere Zero Dark Thirty  il film che farebbe di lei la miglior cineasta degli Stati Uniti d’America del 2012 non credo di poterlo capire.

Sceneggiato da Mark Boal e la Bigelow stessa, inizialmente avrebbe dovuto essere l’atto di accusa contro il fallimento della caccia a Bin Laden, poi di colpo cambiato in un applauso silenzioso a quegli uomini e quelle donne che han sacrificato la propria vita e integrità per stanare il terrorista più pericoloso della storia recente.

L’eroina è Maya, piombata in Pakistan a lavorare per la CIA senza volerlo davvero, costretta a dover assistere e favorire la tortura contro i prigionieri del campo. Tutto per seguire una singola pista, assurda a detta di ogni singolo calcolo di probabilità – intelligence che si basa solo sul proprio fiuto e non sull’intelligence -, il cui traguardo è noto a tutti.

Non un solo personaggio è dotato di credibilità, il coinvolgimento nella ricerca è limitato al sedile posteriore dell’auto guidata da Kathryn Bigelow, convinta della non necessità di avere uno spettatore senziente, ma presente solo col corpo. Chiede reazioni fisiche con la tortura, la morte di membri secondari del cast dopo aver tentato con mezzi da poco di renderli simpatici, mentre la protagonista correva avanti senza spirito né anima: Jessica Chastain a malapena funzionale al ruolo, il più antipatico di tutti.

Non c’è novità nella regia né classicismo, non basta un riflesso dell’Eroe sulla bandiera americana per costruire le basi di un grande film, così come far affidamento sulla camera a mano in questi casi non fa altro che togliere, anziché aggiungere, un sistema comunicativo ripetutosi tante di quelle volte da avere anche un po’ stancato. Superiore nella filmografia è ancora The Hurt Locker, più sincero nella sua critica, più mordace e crudele del voler essere controverso a tutti i costi, un treno che ha la Bigelow portata dritta sulla copertina del Time senza che avesse preso una posizione precisa sull’intera faccenda.

Se niente era fuori posto nell’intero processo di setaccio, dalle asciugamani impregnate d’acqua alla privazione del sonno, se Osama bin Laden doveva essere catturato a tutti i costi – sicurezza fondatasi in quasi 180 minuti di durata -, come si può voler negare tutto in un rapido finale dalla scarsa intensità, giustificato solo dal voler evitare trionfalismi, dopo aver stretto la mano per tutto il tempo alla “motherfucker” Maya? Gli Academy forse lo sanno.

2 pensieri su “Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

  1. Parto dal presupposto che devo ancora vedere il film ma questa è la prima recensione così negativa che leggo. Soprattutto è la prima che affossa la recitazione della Chastain in maniera così convinta. A questo punto devo vederlo ancora di più.

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    1. Per me ci vuole ben altro per dire che un attore è stato bravo: qui passano 11 anni dalla prima all’ultima scena e nulla cambia né nella fisicalità, né nel carattere. Saper essere infuriato sullo schermo è cosa da poco, trasmettere la rabbia è altro e nel mio caso la Chastain fallisce miseramente così come anche l’impianto narrativo! Mi spiace perché avevo tante aspettative per questo film, sono un grande fan di The Hurt Locker!

      Fausto

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