Reality (Matteo Garrone, 2012)

Quando i sogni diventano Reality

Non è un sogno eppure lo sembra, quella ripresa aerea con cui Matteo Garrone introduce il suo Reality mostrandoci una carrozza trainata da cavalli iperbardati che attraversa il grigiore delle strade campane.

I cancelli si aprono su un certo tipo di festeggiamento nuziale partenopeo, che Garrone descrive con divertito senso critico, ironia in forma di lama, forse un sorriso vagamente intenerito.

Qui ci viene presentata la colorita famiglia di Luciano (Aniello Arena, pura potenza recitativa pasciuta dal carcere) un pescivendolo che per passione fa l’attore comico e, per necessità, il truffatore.

Durante i festeggiamenti ha modo di vedere e poi di toccare con mano la sacralità del successo: special guest del matrimonio è, a sorpresa, Enzo (Vincenzo Riccio), reduce da un vero e proprio trionfo mediatico per aver partecipato al programma de Il Grande Fratello.

The Italian Dream

Rude e sdegnosa accozzaglia di luoghi comuni, il vip abbandona la festa a bordo del suo elicottero privato, facendo volare via la parrucca blu che Luciano aveva indossato per esibirsi nell’ennesimo numero comico. Ma quel che colpisce di più di quest’immagine neofelliniana sono gli occhi e le ciglia di Arena, resi tremanti dallo spostamento d’aria come dall’intangibilità di un sogno.

Quella di Luciano e della sua numerosa e chiassosa famiglia – nella quale si fanno notare, per mimica e per bravura, la moglie Maria di Loredana Simioli e la nipote Giusy di Giuseppina Cervizzi – è difatti una vita dove fatica, difficoltà e ripetitività sono talmente reali da lasciare all’immaginazione nient’altro che un puntino.

TV lacrime e preghiere

È proprio in quel punto che si insinua il germe di una speranza malsana, metastatica, mostruosamente condizionata dalla televisione. Garrone opta per la lezione francofortese facendola carburare di pari passo con la storia, fino alla realizzazione concreta e cinica (ma di un cinismo che si fa perdonare) della messa in paragone con un altra forma di ritualità mediatica: la religione.

Siamo tutti controllati. Dio ci guarda

dice Michele (un sempre bravo e caratteristico Nando Paone) parlando a un Luciano già nel pieno del suo delirio paranoide; consegnando in poche parole lo statuto di autorità divina alle immagini in scatola – oramai simbolo di una struttura mediatica estremamente diversificata e complessa, ma sempre e comunque (onni)presente.

Il nuovo sistema di indulgenze prevede che siano beati coloro i quali riescono ad ottenere ricchezza tramite la notorietà; anche soltanto una volta, se è quella giusta. Si nasconda invece chi ci prova e non ce la fa, perché porterà su di sé il vergognoso marchio di persona condannata all’inferno di una vita ordinaria.

Il migliore degli incubi possibili

Come Luciano, il personaggio principale di Reality, protagonista di una tragedia pirandelliana di cui Garrone si fa perfetto narratore, degno erede e interprete di un Neorealismo dimenticato. Una regia che, nel suo lucido e iridescente mostrare – cui concorre la meravigliosa fotografia di Marco Onorato – affascina e poi inchioda, per merito anche di quell’angosciante onirismo che è cifra stilistica del cineasta romano, fin dai tempi de L’imbalsamatore.

E che, dalla scena del volo d’angelo in discoteca a quella, di indescrivibile forza poetica, del finale, prende forma artigliando il cuore, come il migliore degli incubi possibili.

Francesca Fichera

Voto: 4.5/5

3 pensieri su “Reality (Matteo Garrone, 2012)

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