Dieci inverni (Valerio Mieli, 2009)

di Francesca Fichera.

Amore scandito dal tempo o tempo scandito dall’amore? Nessuna delle due cose, forse. La materia proposta in Dieci inverni, opera prima di Valerio Mieli, possiede un ritmo fatto di volti più che di idee: bocche e sguardi, labbra e occhi, protagonisti nei protagonisti. Il talento risiede nei corpi, è visibile sulla pelle. La concretezza passa attraverso i luoghi, le stagioni, le persone. Ed è in questo che la coppia Michele Riondino/Isabella Ragonese parte (e arriva) con un notevole vantaggio: i loro Silvestro e Camilla sono il solido aggancio umano del reale alla finzione, la naturalezza nell’artificio di un intreccio complesso, a un primo sguardo impossibile, ma in tutto e per tutto verosimile. La gestazione di un sentimento. La sua comprensione, nonostante gli interventi, inevitabili, della vita, o addirittura grazie a questi ultimi. Perché, come sintetizza Cormac McCarthy, «se nella tua vita non ci fosse la sofferenza, come faresti a capire quando invece sei felice? Felice rispetto a cosa?».

E dunque ben venga un preludio di dieci anni all’istante dell’esplosione, siano accolti l’umido, il freddo e la neve se i fiori che usciranno dal disgelo potranno profumare meglio. Così scorre fendendo lo stomaco questo decennio di glaciazione, da una notte veneziana del 1999 fino al fatidico giorno del cambiamento, nel 2009. Intanto non solo acqua sotto i ponti, ma aerei sui tetti, matrimoni affrettati, figli da accompagnare mentre scroscia la pioggia, tutto passa e passando lastrica il percorso, incredibile come le cose che succedono, familiare come la propria casa.

Oltre la splendida prova dei due attori principali, al di là del semplice realismo delle parole, scritte e poi pronunciate, e dello struggente, fugace onirismo rappresentato dal cammeo di Vinicio Capossela (autore della canzone principale del film, Parla piano), ciò che si avverte di più è il mondo: Russia e Italia, spazi sconfinati e magici anfratti nascosti dagli alberi, strade bianche e stanze dorate, che la fotografia del compianto Marco Onorato ammanta di una malinconia priva di qualsiasi forma di pietà. Cristallo di ghiaccio a decorare il cielo: il pianoforte di Francesco de Luca e Alessandro Forti e, ovviamente, il canto rivelatore di Vinicio. Di quelli che fanno vibrare le ossa, nell’attesa che l’amore e il tempo non finiscano mai.

 

 

2 pensieri su “Dieci inverni (Valerio Mieli, 2009)

  1. Mi è piaciuta molto la frase :”E dunque ben venga un preludio di dieci anni all’istante dell’esplosione, siano accolti l’umido, il freddo e la neve se i fiori che usciranno dal disgelo potranno profumare meglio.” Baci

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    1. Ne sono lieta :) Mi è uscita di getto, perché in film come questi, guardandoli col famoso senno di poi, si ritrovano le proprie acquisizioni, le conquiste fatte dal tempo e dalla maturità. E’ per questo che con “Dieci inverni” ho stretto un particolarissimo vincolo affettivo.
      Baci a te!
      – Fran

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