Twilight (Catherine Hardwicke, 2008)

Un po’ di satira, in omaggio alla recente uscita dell’ultimo capitolo cinematografico della saga.
Le fans non me ne vogliano.

I vampiri di Twilight non dimenticano di tagliarsi le unghie, non posseggono il soma tipico del roditore malefico e neppure inquietanti parrucconi bianchi di vaga derivazione settecentesca. Niente stereotipi, perché la nuova moda è confutare gli stereotipi, distruggerli, in quell’apparente atteggiamento anticonformista che si rivela, in fin dei conti, appannaggio della banalità più disarmante.
Del resto, la scrittrice Stephenie Meyer ha utilizzato uno stereotipo vecchio per sfornarne uno nuovo, giovane, fresco e accessibile per quelle anime (prevalentemente femminili) gravemente affette da romanticismo cronico.
E poi i vampiri sono solo un pretesto: belloni dal capello gelatinato (forse anche troppo, si consigliano lavaggi più frequenti), che non esplodono alla luce del sole ma che, anzi, diventano bellissimi – per citare una delle tante frasi d’impatto pronunciate dalla protagonista Bella, con tanto di sguardo rimbecillito e bocca socchiusa. La super platinata Cullen family, rappresentata dal bel tenebros Edward, non teme i raggi solari ma semplicemente li evita perché si vergogna di mostrare la sua vera natura: IL GLITTER. Chi avrebbe mai detto che un succhiasangue potesse luccicare come carta da regalo? Succede proprio così. E la regista Catherine Hardwicke, che fin dai tempi di Thirteen si diverte a giocare con i fenomeni adolescenziali, fa del brillante incontro uno degli apici del film – il primo – ispirato all’oramai (e purtroppo) arcinota saga del vampiro di provincia.La storia, ennesimo saccheggio americanizzato del Romeo e Giulietta shakespeariano, vede sbocciare l’amore fra il non-morto, che è un gran bonazzo, e il nuovo acquisto di una cittadina di montagna, la verginella, mortale e classicamente sfigata, che non fa altro che cadere e chiedere scusa. Il figo e l’imbranata, nel giro di pochi giorni e dopo svariate situazioni assurde – una su tutte: lui che investito  dall’odore di lei sembra sul punto di vomitare, ma in realtà sta solo trattenendo la sete, e lei che nonostante veda la sua reazione non lo manda a ‘fanculo; il figone e la ragazzina impacciata, dunque, finiscono col mettersi insieme, generando invidia e ammirazione nel piccolo liceo di Forks. Ma, che sorpresa, che genio!, i loro mondi, così diversi, sono destinati a scontrarsi dolorosamente (OH!). Mentre i Cullen, infatti, si nutrono esclusivamente di sangue animale – i cervi della riserva, per intenderci, triste trasposizione dello gnu della savana – , dall’altra parte ci sono i freelance,  i cattivoni di turno tutti catene e jeans alla moda (nota: l’entrata in scena è ovviamente commentata da una cazzutissima base techno). E loro, gli indipendenti, proprio non vogliono saperne delle diete di ultimissima generazione, no: loro preferiscono la buona vecchia cucina di tradizione rumena. Così, dopo una breve inserzione pubblicitaria delle Lenti Acuvue® , avviene l’incontro decisivo fra vegetariani e carnivori, e la povera Bella Cigno si trasforma in breve tempo nell’equivalente di una zebra – il riferimento è sempre alla catena alimentare dei leoni africani. A questo punto il ritmo (FINALMENTE) si accelera: seguono fughe, lacrime, Federico Moccia, visioni, canzoni rock, duelli all’ultimo sangue (ahah). E ancora Federico Moccia, specialmente per quanto riguarda il finale, che è prevedibilmente e volutamente aperto. Niente da dire, bisogna ammetterlo – dopo questa analisi impietosa è anche giusto spezzare qualche lancia a favore – sulla fotografia e sulle atmosfere dell’Olympic Rain Forest, paradiso grigio-azzurro dalla malinconia palpabile quasi quanto la sua umidità. Buona pure la colonna sonora, almeno per quanto riguarda le sezioni delicate interpretate dalla chitarra degli Iron & Wine e dalla (sorprendente) vocina del vampiresco Robert Pattinson. Che forse era meglio si desse alla canzone.

Ok, spezzate tutte le lance, non si può che concludere con un democratico de gustibus non disputandum est. Ma sputandum sì, almeno ogni tanto.

Francesca Fichera

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